Biotech: cuore nuovo in laboratorio

22:52
lunedì, 14 gennaio 2008

Creato da “rottami” e cellule staminali E’ stato costruito in laboratorio a partire dall’organo di una cavia morta, un maiale o un topolino, e completamente “restaurato” e rimesso a nuovo grazie all’utilizzo di cellule neonatali. E' il nuovo cuore biotech realizzato nel corso di un esperimento compiuto da Doris Taylor dell'Università del Minnesota, a Minneapolis. Secondo quanto riferito sulla rivista scientifica Nature Medicine, la “carcassa” di cuore di topolini e maiali morti, con valvole, vasi sanguigni e geometria atriale e ventricolare intatte, funge da telaio per dare la forma al nuovo cuore che viene plasmato da centinaia di migliaia di cellule neonatali. L’organo ha cominciato a contrarsi, cioè a battere, a quattro giorni dalla “semina” delle cellule, e otto giorni dopo ha cominciato a pompare il sangue. Uno dei grandi pregi del cuore bioartificiale sta nel fatto che riduce di molto il rischio di rigetto, La procedura usata da Taylor e dai suoi colleghi è chiamata decellularizzazione: con l'uso di composti chimici, si tolgono dall'organo dell'animale morto tutte le cellule non essenziali, lasciando intatta solo la proteina scheletro, che ha generato la forma del cuore. Questo scheletro cellulare è stato poi ripopolato con cellule staminali cardiache prese dall'organo di animali neonati, le quali sono cresciute attorno a quanto era rimasto. In questo modo è stato creato alla fine un nuovo organo. La tecnica è stata testata su maiali e ratti, ed è ancora considerata “altamente sperimentale”. I test su cuori umani sono lontani ancora molti anni. Doris Taylor, direttrice del centro per la ricostruzione cardiaca dell'università del Minnesota, spiega che questo, però, è un passo essenziale verso la creazione di cuori su misura, ma anche di vasi sanguigni ed altri organi per persone in attesa di trapianto. L'idea, guardando avanti, è di arrivare a costruire un cuore usando le cellule staminali del paziente. In più l’esperimento apre la strada alla nozione che si può generare qualsiasi organo: reni, fegato o pancreas. ''Quando abbiamo visto la prima contrazione siamo rimasti senza parole”, ha dichiarato il coautore Harald Ott del Massachusetts General Hospital di Boston, ma il cuore dovrà essere testato in vivo, trapiantandolo su animali, per vedere se funziona veramente”. Si tratta, scrive Nature Medicine, di una prima assoluta, che potrebbe dare luogo a una svolta nel mondo dei trapianti, mettendo fine alla cronica mancanza di donatori e aprire la strada a un futuro in cui tutti gli organi vitali saranno creati in laboratorio.

Valeria Marini ed Edoardo Costa

13:16
mercoledì, 19 dicembre 2007

 

Valeria Marini non è più single ed Edoardo Costa non balla più solo. Tra l'attore e la poliedrica Valeriona nazionale è infatti scoccata la scintilla. Lo provano le foto pubblicate da Diva e Donna: i due sono ritratti in un ristorante romano di viale Parioli mentre si accarezzano e si baciano con passione. E dire che la Marini sotto l'albero aveva chiesto un nuovo amore... Che ragazza fortunata!

 

 

Il disgelo con l'ex compagno Vittorio Cecchi Gori ha gettato fumo negli occhi a tutti i fan della biondissima e burrosa 40enne.

Mentre i paparazzi tenevano sotto controllo il produttore, cercando di capire che fine avesse fatto la fidanzata Mara Meis, Valeria era in tutt'altra faccenda affaccendata. I suoi occhi erano soltanto per il collega coetaneo, paladino dell'Actor's Studio a Milano. Un'estate passata in spiaggia, da sola con massaggiatori e solerti assistenti, un autunno tutto dedicato al lavoro, alle collezioni di moda, alle comparsate: nella vita pienissima di Valeria mancava soltanto l'amore. E lei, per Natale, ci sperava tanto in un fidanzato. Così ecco, all'improvviso, Edoardo Costa. Valeria lo definisce un amico carissimo, ma un amico non si bacia così...

 

Omicidio Vanessa Russo

14:09
martedì, 18 dicembre 2007

"Italiani, credetemi:
Non sono un mostro"

08/05/2007

La killer dell'ombrello: in carcere mostrerò il mio vero volto

Le dieci del mattino. Elettra Deiana, deputato di Rifondazione Comunista, ha chiesto di entrare a Rebibbia per la consueta visita alle carceri, e ha chiesto di incontrare proprio lei, Doina Matei, la ragazza rumena protagonista della lite nella metropolitana di Roma finita con la punta del suo ombrello nell’occhio di Vanessa Russo. Vanessa Russo è morta, Doina è in carcere.

Con un’altra detenuta
Le porte del carcere si aprono fino alla sezione cellulare, il reparto dove vengono richiuse le detenute al primo ingresso o quelle con pene definitive e più lunghe. Doina Matei si trova qui, non in isolamento ma in cella insieme con un’altra detenuta. Le celle sono quasi tutte abbastanza vuote: l’indulto ha fatto uscire in tanti anche dal carcere femminile più grande d’Italia.

«Preferisce incontrarla nella sua cella o nella stanza di ricreazione»?, chiedono le ispettrici. «Nella stanza di ricreazione» risponde la parlamentare. Dopo qualche minuto, ecco scendere dal piano superiore Doina. La stanza è piena di colori, rosse le pareti, rossi tavoli e sedie. E’ un modo come un altro per creare, se non allegria, almeno un ambiente non così ostile come dicono le sbarre e le serrature chiuse a tripla mandata.

Quando entra Doina, i colori accesi rendono soltanto più evidente il contrasto con il pallore del suo viso, la sua espressione dimessa, frastornata, la stessa delle prime foto scattate sull’auto dei carabinieri che l’aveva portata da Macerata, dove era stata fermata, a Roma, per i primi interrogatori del pubblico ministero. Non sa bene come comportarsi, non le è chiaro che cosa voglia da lei quella signora. L’onorevole Deiana le racconta della sua attività di parlamentare, delle periodiche visite alle carceri e della forte impressione che le ha fatto il suo caso. «Mi piacerebbe far tornare questa tragedia all’interno di una gestione normale, sottarla all’enfasi mediatica». La ragazza ascolta, ha i capelli corti davanti e raccolti indietro. Indossa una semplice t-shirt arancione, jeans beige, ai piedi scarpe da ginnastica.

Nessuna visita
Elettra Deiana le domanda se finora sia mai andato qualcuno a trovarla. La ragazza scuote la testa. «Nessuno». Non un parlamentare, in genere molto solerti nelle visite. Non un familiare, perchè l’unica persona di famiglia di Doina in Italia era la madre, ma adesso è corsa in Romania per occuparsi dei due figlioletti della ragazza, come racconterà lei stessa.

L’onorevole Deiana le chiede se tutto vada bene, se ha avuto problemi in carcere. Doina scuote la testa di nuovo. «Nessun problema». Nè con le agenti, nè con le altre detenute. «Mi hanno accolta bene, è molto importante, è un grande aiuto». Anzi, fa capire, per alcuni versi le sembra persino positivo trovarsi dietro le sbarre. «Perchè posso dimostrare di non essere un mostro. Non sono un mostro e stare qui mi aiuterà a farlo capire» afferma, risoluta.

Da quanto tempo sei in Italia?, le chiede l’onorevole di Rifondazione. «Da tre mesi» risponde la ragazza. Parla bene l’italiano e la parlamentare le fa i complimenti. Doina accenna al primo, timido sorriso. «L’italiano e il rumeno sono molto simili, è facile parlare».

Elettra Deiana insiste. «Anche se sono molto simili, in tre mesi hai imparato molto». Sul viso di Doina si disegna un’espressione incerta, come se non sapesse se continuare o meno, poi dice: «Beh, sono venuta altre volte...».

«Ero in Italia da tre mesi»
La parlamentare le ricorda che a Rebibbia c’è una biblioteca ben fornita, può leggere libri, migliorare ancora il suo italiano. «L’italiano lo so, e poi a me basta la Bibbia», risponde lei, in tono di nuovo deciso. Nessun’altra lettura quindi la accompagna in queste lunghe giornate in carcere in attesa della decisione del Tribunale del Riesame sulla sua scarcerazione.

Doina ha 22 anni ma ne dimostra meno, piccola come è, esile, spaurita, a tratti dura come lo sono i cuccioli indifesi quando provano spavento. Lo si capisce quando parla del carcere. Sta bene lì, però ha due figli, uno di sei, l’altro di quattro anni. «Accidenti, due figli a ventidue anni», si lascia sfuggire Elettra Deiana. Doina scoppia in lacrime. E’ un pianto contenuto, il suo, tira fuori un fazzolettino di carta, lo stringe fra le mani, lo tormenta. I figli sono il suo punto debole. La parlamentare le chiede qualcosa di più. La ragazza racconta che sono in Romania, affidati a una zia. «Sono preoccupata per i soldi. Ora che sono qui non posso più mandare nulla, come faranno?»

E’ la sua vita, questa, la vita di una giovane rumena finita sui marciapiedi romani per crescere i figli e che ora si trova in una vicenda di cui le sfuggono i limiti temporali, le conseguenze per lei e i suoi cari. «Questa è l’impressione che ne ho ricavata - racconta Elettra Deiana - mi è parsa una persona alle prese con qualcosa di realmente inaspettato, di molto più grande di lei». A occuparsi dei due piccoli è andata anche la madre che, a quanto racconta Doina, si trovava in Italia con lei e ora è partita alla volta del piccolo villaggio della Romania dove vive ancora una parte della sua famiglia, tutti di religione cristiano-ortodossa.

Nessun accenno a Vanessa, alla lite in metropolitana, agli schiaffi, la punta dell’ombrello finita nell’occhio della ragazza. Non lo consentono le regole delle visite dei parlamentari in carcere ma nemmeno le regole dell’animo di Doina che non ha ancora capito bene chi ha di fronte, se è una persona di cui fidarsi oppure no. Ripete per tre volte durante la chiacchierata con la parlamentare quello che deve essere ormai il suo pensiero fisso: «Non sono un mostro e stare qui mi aiuterà a dimostrarlo».

Dopo mezz’ora di conversazione, a tratti difficile, a tratti più scorrevole, spesso interrotta dal pianto della ragazza, Elettra Deiana si alza. La saluta. «Tornerò a trovarti. Vedrai che tutto andrà bene. Abbi fiducia, ora che la pressione mediatica è calata, potrai spiegare le tue ragioni». Anche Doina si alza, non risponde, ma le stringe la mano con un gesto spontaneo e sorride, questa volta in modo più convinto.

Le porte del carcere si chiudono dietro di lei mentre sale nella sua cella al primo piano, dove l’aspettano la Bibbia, la compagna di prigionia e mille pensieri. Anche la parlamentare di Rifondazione Comunista esce dal carcere di Rebibbia. E ormai mezzogiorno. Con sè porta un pensiero: «E se a litigare fossero state un’italiana e un’altra italiana? Le reazioni sarebbero state le stesse?»

                             

(Sopra a sinistra Doina Matei, a destra Vanessa Russo)

18/12/2007

Doina Matei è stata condannata a sedici anni per aver ucciso Vanessa Russo con la punta di un ombrello. Sedici anni perché il giudice le ha creduto: non voleva uccidere, altrimenti sarebbero stati almeno venti di anni di carcere. Sedici anni perché quindici è la pena prevista dal codice, e uno in più per aver ucciso per 'futili motivi'. Nessuna attenuante. Sedici anni, dunque, è la sentenza di primo grado, poi in appello si vedrà. Sono molti? Sono pochi? E' una pena esemplare, o un facile accanirsi contro una giovane straniera e per di più marchiata dall'infamia di trovarsi in Italia a lavorare come prostituta?


Ma osserviamo come si è comportata la giustizia italiana in altri omicidi perché ognuno possa dare una risposta a queste domande. 

Vi ricorderete di Marta Russo
, la studentessa di Giurisprudenza uccisa in un viale dell'Università La Sapienza di Roma, uno dei casi più controversi della cronaca nera italiana. Nel dicembre del 2003 la Corte di Cassazione ha condannato in via definitiva Giovanni Scattone a cinque anni e quattro mesi di reclusione per omicidio colposo, e il suo collega e amico Salvatore Ferraro, a quattro anni e due mesi. 

Più interessante ancora il confronto con la vicenda di Salvatore Mannino. Nell'ottobre del 2004  aveva massacrato di botte e ucciso nell’ottobre 2004 un impiegato che gli aveva graffiato involontariamente l’auto durante una manovra di posteggio. E’ stato condannato a sei anni per omicidio preterintenzionale di reclusione.

Oppure mi viene in mente il caso di Marco Ahmetovic, 22 anni.

Lo scorso aprile mentre guidava un furgone completamente ubriaco travolgeva e uccideva cinque ragazzi. E’ stato condannato a 6 anni e 6 mesi.  

Ora andiamo a vedere che cosa dice l'indagine più recente sulla certezza della pena in Italia. L'ha realizzata l'Eures nel 2003. Dai dati risulta che in Italia la legge viene applicata sì, ma sempre con estrema cautela e molta bontà. Per l'omicidio preterintenzionale la media è di 8,8 anni e il codice ne prevede almeno 10. A Doina Matei è stato inflitto il doppio della condanna media. Chi è che finisce davvero in carcere? Secondo l'indagine ci finisce chi sequestra una persona, chi è colpevole di omicidio volontario, oppure estorsione, produzione e spaccio di stupefacenti, rapina, istigazione e sfruttamento della prostituzione, e poi molte altre cose ma non l'omicidio preterintenzionale. Il caso di Doina è in linea con la media nazionale soltanto per un aspetto: ormai in Italia a rischiare il carcere sono soprattutto gli stranieri, dal 1994 al 2000 la loro incidenza rispetto al totale dei condannati è passata dal 10,8% al 19,1% e nel 2000 gli stranieri erano già il 28,8% dei detenuti. Insomma, se sei straniero e commetti 'reati di bassa manovalanza', dallo spaccio al furto, è molto più facile andare in carcere. Sapete chi non ci finisce quasi mai, secondo l'indagine?  Il manager italiano condannato per bancarotta, quello che manda per aria la sua azienda e le persone che ci lavorano.